Ecco perché da madre mi sono scoperta fragile

Mai mi sono sentita così fragile come da quando sono diventata madre. Bisogni che prima non percepivo si sono fatti urgenti; si è accresciuta la pressione e la preoccupazione nei confronti non solo del mio mondo in particolare ma anche del mondo in generale in quanto, se sono le scelte a delimitare la geografia delle nostre esistenze (e tutto quanto a essa connesso), non possiamo sapere quali saranno le decisioni prese dai nostri figli. Si può per esempio nascere in Italia ma finire, come me, a vivere dall’altra parte del pianeta. È un ossimoro, a mio parere, affiancare all’aggettivo «materno» il sostantivo «potere».

Diventando genitori ci si accorge presto che quella forza immensa di cui ci si sentiva dotati alla nascita dei figli «era però una forza di una natura speciale, perché vi si nascondeva irresolutezza, insicurezza e terrore» come scrisse Natalia Ginzburg in “I figli adulti”, un articolo uscito originariamente per La Stampa nel ’70 e poi riscritto e convogliato infine in Vita immaginaria (Einaudi, 2024). Il dubbio stesso, per quanto sia origine di ogni pensiero, è anche l’inizio di ogni esitazione e pertanto di ogni inquietudine: crescere un figlio mi pare la più grande fabbrica possibile di incertezze. Interrogativi che, peraltro, hanno conseguenze che si proiettano molto più avanti della durata delle nostre vite e che sprofondano nell’imprevedibilità, assai oltre la sfera di influenza che ci appartiene. Nell’economia di un’esistenza, la maggior parte del tempo a nostra disposizione la trascorriamo stando a guardare cosa accade loro.

Non c’è oltretutto – e mai ci sarà – reciprocità nel dare e nell’avere, neppure quando i figli diventano grandi. Le età si rincorrono ma non si incontrano mai: «Ai nostri figli diventati adulti, in qualche attimo di smarrimento ci accade di chiedere protezione. Ma subito ci rendiamo conto di sbagliare. […] Essi devono poterci guardare distrattamente, e la protezione non può essere distratta». La maternità suona tutta come una sconfitta, se (se!) è di «potere» che si parla. Eppure, in essa non c’è accordo tra le parti migliori e quelle peggiori, nel senso che giungono intere, entrambe fortissime, e non si mescolano: si incanalano insieme nel tipo particolare di materno che abita ogni donna. In compagnia dell’immane debolezza che proviamo viene, per esempio, anche la gioia straordinaria di assistere al miracolo di vederli crescere, al loro scoprire le più semplici cose, all’imparare a gattonare, poi camminare, gioire, soffrire, correre, amare. E la debolezza che si prova a essere madri non nega la gioia, né la trasforma: i sentimenti convivono e basta. Il materno è esso stesso una lingua, che ogni donna parla a proprio modo. La radice è comune ma la sintassi è un poco diversa, quasi simile la morfologia delle parole, vicina ma mai esatta la declinazione, disparato il genere, discorde il numero dei nomi.

A complicare tutto, poi, c’è l’ampiezza sconfinata del mondo in cui cascano alla nascita i figli. Una frase che nel tempo ho fatto mia rileva come «per salvare i propri figli serve salvare anche i figli degli altri», stando l’inevitabile connessione che ci rende tutti parte di un organismo che è vivo e comunicante; è per questo che quando penso alla politica esito sempre. Serve pensarla, mi dico, in termini che non ci avvantaggino singolarmente ma pluralmente, che sia sufficientemente morbida da accogliere eccezioni, minoranze, gruppi nuovi o vecchi che avvertono disagio o esclusione nella situazione del paese com’è adesso; così come serve proteggere anche chi, volente o nolente, si ritrova a far parte della maggioranza che risulta più forte. Credo che questo pensiero sia nato in me proprio in quanto madre di figli il cui futuro non può che essermi oscuro, e stando soprattutto il desiderio di saperli felici quali che saranno le loro inclinazioni sessuali, la speranza o meno di diventare genitori, il paese in cui sceglieranno di vivere, il lavoro che magari li porterà in zone di una guerra di cui fino ad allora non mi curavo in quanto «lontana» etc. Con i figli tutto, d’un tratto, ci riguarda.

Da anni sfoglio i libri illustrati dell’artista e scrittrice francese Marion Fayolle, che ridiscutono in immagine le relazioni tra uomini e donne, tra amanti, tra genitori e figli. In I figli (Gallucci, 2021) si verifica una profonda metamorfosi: giganteschi neonati stringono tra le braccia paffute genitori non più grandi di una bambola; una madre si china a guardare in volto la figlia e sul viso della bambina uno specchio restituisce i lineamenti della donna; un padre e una madre restano in piedi mentre la figlia, ai loro piedi, scava giocosamente una buca che senza appello li separa. Lo strappo, lo scombinamento della relazione uomo/donna, la violenza (che non è violenza cattiva ma trasformazione, per quanto dolorosa) avviene con la precisa naturalezza con cui ciò accade nella vita. Si cede a un figlio l’accordo armonioso della coppia, il proprio seno finché quel pezzo di corpo non si fa quasi «cosa»; alla stessa maniera teniamo un bambino sotto la nostra campana di vetro, gli usiamo una violenza priva di malevolenza e legata semmai al nostro desiderio (mai perfettamente calibrato) di proteggerli, il rispecchiamento che gli imponiamo in quanto con lui o lei riviviamo l’infanzia.

Per questo non trovo accordo tra i termini «materno» e «potere». Amare è esattamente rinunciare alla forza, cedere ogni vantaggio in nome non solo dell’altro ma della fiducia – pure immeritata – che gli si accorda. È il diritto che riceve naturalmente chi a noi si affida perché, privo di ogni esperienza di vita, non può fare altrimenti. Personalmente, la fiducia l’ho sempre ritenuta più coercitiva della minaccia; e d’altronde, comprendere il nesso della relazione materna significa anche perdonarsi per quella violenza spesso inconsapevole che imponiamo a un essere umano il cui unico «difetto» è quello di esserci nato dentro e di assomigliarci (o non farlo se non per le parti che riteniamo peggiori di noi stesse).

Eppure, nei disegni di Fayolle il tratto è pacificato, anche mentre un bambino cammina con alle caviglie catene ai cui estremi stanno le teste del padre e della madre, o quando un enorme neonato separa e spinge i piccoli genitori agli estremi di un letto; ugualmente inesorabile è la prosa di Natalia Ginzburg mentre pronuncia una frase (apparentemente) terribile come: «Nell’istante in cui sono venuti al mondo, la vecchiaia ci ha colpito come una malattia che ci è sembrata inguaribile. Insieme alla vecchiaia ci ha colpito il terrore». Tutto della maternità potrebbe suonare ad alcuni come una condanna, una diminuzione di potere, ma non è di potere appunto che si tratta. Ciò che conta, mi dico, è in fin dei conti la consapevolezza di una relazione nuova di zecca che non sarà mai uguale a un’altra e che gestiamo certe della trasformazione (bellissima, terribile) a cui ci chiama. La vita non è né sarà mai più soltanto in prima persona ma si fa, per un periodo più o meno lungo (più o meno intenso) della propria vita, in terza persona. Ciò che ho capito in dieci anni di materno (il mio, personale, irriproducibile altrove) è che la felicità più solida è quella in terza persona; con quella in prima persona si ha troppo potere, come ci pare possiamo farla e disfarla.

(Articolo uscito per La Stampa il 7 gennaio 2025)

°Immagini tratte da Marion Fayolle, Les petits (in italiano edito da Gallucci con il titolo “I figli”)

AVVISO: questa newsletter verrà pubblicata su substack e qui una volta al mese, a cavallo tra l’ultimo e il primo giorno del mese (mentre in Italia è ancora sera e in Giappone è già giorno), anche nei periodi in cui sarò meno attiva online. Sarà disponibile qui e sul mio sito di SUBSTACK dove vi invito a iscrivervi. Se vi va spargete la voce ❤.